Fusione nucleare a Marghera? Cerchiamo di capire

In merito alla questione apparsa sui giornali di oggi 17 gennaio 2018 in relazione ad un possibile insediamento di un laboratorio di sperimentazione per la fusione nucleare a Marghera, ecco alcune considerazioni che potrebbero aiutare nella comprensione.

NB. Chiedo agli amici più esperti di segnalarmi (e perdonarmi!!!) le eventuali inesattezze. Grazie! Anthony

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Fissione, fusione, produzione e sperimentazioni. Quali le differenze?

(1) distinguiamo bene fissione nucleare (= scindere nuclei pesanti in nuclei più piccoli quindi scorie) dalla fusione nucleare (fondere nuclei leggeri quindi niente scorie), vedasi ad esempio questa pagina informativa del CNR;

(2) manteniamo sempre ben chiaro che non si tratta di un impianto di produzione ma di un laboratorio di sperimentazione, con tutte le implicazioni positive connesse in termini di qualifiche e competenze;

(3) è dal 1992 che, a 15 km da Marghera, a Padova/Legnaro, è operativo il laboratorio RFX di avanguardia sulla fusione nucleare, un sistema che conosciamo bene e nel quale gli italiani sono esperti, cfr. RFX history;

(4) come rassicurazione, per chi fosse inquietato dal termine “nucleare“, potremmo paragonare i laboratori di fusione agli acceleratori di particelle;

(5) stiamo attenti che si tratta di un ambito a forte contenuto tecnico quindi è necessario approfondire con una certa attenzione magari con l’aiuto di qualche esperto per non rischiare di confondere piani diversi;

(6) ecco altre informazioni: “In questo cilindro ipertecnologico alto 10 metri con raggio 5, saranno confinati 33 m3 di plasma e portati alla temperatura di 100 milioni di gradi con un’intensità di corrente di 6 milioni di Ampere, un carico termico sui materiali fino a 50 milioni di Watt per metro quadro e un’intensità di campo magnetico di 60 mila Gauss. Mentre il plasma “scaldato” tramite corrente elettrica dall’effetto Joule lavorerà ad una temperatura di milioni di gradi, i 26 km di cavi superconduttori in niobio e stagno e i 16 km di quelli in niobio e titanio, distanti solo poche decine di centimetri, saranno a 269 °C sotto zero.“, fonte Enea News.

Il progetto DTT (& ITER); i passaggi in commissione parlamentare e il Veneto

(7) il progetto DTT è stato approvato in X commissione parlamentare lo scorso aprile 2017, ecco i riferimenti;

(8) sarebbe intanto opportuno cercare di capire quali siano le “vere” novità (al netto dell’annuncio “ad effetto” del Sindaco di Venezia di ieri) in termini di collocazione o altro rispetto ad un progetto che è come si diceva è già stato approvato in commissione parlamentare;

(9) si noti come Lazio, Piemonte ed Emilia-Romagna (e la CM di Bologna) si siano già proposte da tempo: il Veneto arriva solo ora, ultimo, quindi semmai la domanda è come mai ciò avvenga solo ora a ridosso della scadenza del 31 gennaio 2018.

(10) Ma … cos’è questo progetto DTT? “la Divertor Tokamak Test (DTT) facility è un’iniziativa di ricerca finalizzata alla progettazione e realizzazione di una infrastruttura destinata a risolvere il problema più critico verso la realizzazione dell’energia da fusione: il controllo dello smaltimento del calore generato […] l’investimento complessivo risulterebbe essere di circa 500 milioni di euro, con l’attesa di un altissimo ritorno in termini sociali, economici ed industriali in quanto la ricaduta occupazionale annuale prevista è, per la fase di costruzione, che durerà 7 anni, di 620 persone (120 diretti, 150 indotto, 350 indotto terziario), per la fase operativa di 1250 persone ogni anno (250 diretti, 250 indotto, 750 indotto terziario – durata prevista 25 anni), a cui si aggiungono per la sperimentazione altre 150 persone impiegate per almeno 25 anni; sempre in termini di ritorno atteso, per quanto riguarda il fattore di moltiplicazione dell’investimento, è previsto un livello 4 ossia circa 2 miliardi di euro a fronte di 500 milioni investiti“, fonte: Enea News;

(11) Meglio tenere presente il progetto principale europeo per la fusione nucleare, denominato ITER: “Il reattore ITER è in costruzione a Cadarache, nella Francia meridionale, e sarà il primo impianto di fusione nucleare dalle dimensioni paragonabili a quelle di una centrale elettrica convenzionale. La sperimentazione è prevista a partire dal 2025, quando il reattore sarà terminato e messo in funzione. Dopo 5 anni di test, i 3500 scienziati che vi collaborano da 140 istituti di 34 Paesi europei sperano di poter entrare nel vivo della sperimentazione, fino a poter avviare la produzione di energia pulita e sicura a partire dal 2050.”, fonte: oggiscienza del 29/11/2017.

Sicurezza e condizioni di rischio

(12) la fusione per rimanere accesa deve essere alimentata altrimenti si spegne, quindi è intrinsecamente sicura, mentre la fissione una volta innescata per essere spenta ha bisogno di interventi che in caso di incidente non sempre possono essere garantiti. Sta qui la differenza in termini di sicurezza, fonte: il messaggero del 31 ottobre 2017;

(13) ogni laboratorio ha le sue condizioni di rischio (ad esempio con i fasci accesi non è il caso di entrarci …), tuttavia è un sistema nel quale quando spegni la corrente si ferma tutto. Come avviene in altri laboratori, sono presenti alcune sostanze radioattive che vanno controllate (ma se per questo in ogni dipartimento di fisica ve ne sono, come era qui a Veneto Nanotech) e magari anche sostanze chimiche necessarie ad alcuni processi. Ma in quantità molto ridotte, visto che bastano piccolissime quantità x generare le energie cercate.

 

Articoli comparsi oggi sulla stampa locale di oggi

Si riportano i link degli articoli che hanno affrontato la questione oggi 17 gennaio 2018:

  • Fusione nucleare, Marghera candidata Centro di ricerca nazionale. Progetto dell’Enea da mezzo miliardo. Marcato: «Batteremo la concorrenza»” di Gloria Bertasi“, link: Corriere Veneto;
  • Fusione nucleare, un centro ricerca a Marghera: investimento da 500 milioni
    di Giorgia Pradolin“, link: Il Gazzettino;
  • A Porto Marghera un Centro di ricerca europeo per la fusione nucleare
    Venezia si candida a sede con il sostegno della Regione e dell’Università di Padova. Il bando lanciato dall’Enea scade il 31 dicembre: in ballo 500 milioni e 2 mila posti di lavoro, ma le aree Eni non sono ancora disponibili“, di Roberta De Rossi e Gianni Favarato“, link: La Nuova Venezia.

(14) Come evidenzia in particolare l’ultimo articolo citato, c’è da risolvere un problema sulle aree da mettere a disposizione, i famosi “107 ettari“: “Il sindaco Brugnaro ha messo a disposizione una delle aree dismesse di proprietà di Syndial, […] Il problema è che a quattro anni dalla firma del preliminare che prevedeva la cessione dei 107 ettari dell’Eni al Comune di Venezia non è mai stato sottoscritto il previsto rogito. Quindi il Comune non ha alcun titolo di proprietà di queste aree che in gran parte sono ancora da bonificare. Non è la prima volta che il sindaco promette aree di Porto Marghera che in realtà non sono del Comune, o perlomeno non lo sono ancora e nemmeno è chiaro quando lo saranno, visto che sono scadute le due proroghe concesse dall’Eni alla promessa firma del rogito da parte del Comune. L’anno scorso aveva promesso un’altra di queste fantomatiche aree al viceministro russo e al capo di Scac-Sukhoi per aprire una nuova sede di Superjet International che ne ha già una a Tessera e non ha nessuna intenzione di lasciarla“.

 

 

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Scienza, Tecnologia e Innovazione a Venezia: i precedenti e le prospettive attuali

L’evoluzione tecnologica appare l’unico percorso adatto per un Paese avanzato come il nostro ed in generale per l’intera Europa, nel solco dei modelli di innovazione che si stanno delineando a livello internazionale che proviamo ad elencare qui di seguito:

  • un consolidamento delle tecnologie mobili che fanno riferimento agli smartphone, del cloud computing (che usiamo “implicitamente”) e del big data;
  • le smart cities in ambito urbano – energia, trasporti locali e servizi pubblici;
  • l’industria 4.0 in ambito produttivo, che si affianca al modello a scala più ridotta degli artigiani digitali delle stampanti 3D e della manifattura additiva; l’internet delle cose, Internet of Things (IoT) che sta rivoluzionando tra le altre la logistica;
  • la fintech in tema di innovazione finanziaria, comparto già digitale al 100% che sta ora approcciando modelli distribuiti come la blockchain e considerando le criptovalute elettroniche come il bitcoin;
  • la realtà virtuale (virtual reality, VR), che dopo qualche passo falso in fase immatura ora sta dimostrando le sue potenzialità e la “cugina” realtà aumentata (augmented reality, AR);
  • l’intelligenza artificiale (AI) e la visione artificiale; visione artificiale e AI stanno già producendo i loro effetti generando sistemi in grado di interagire con il mondo reale in piena autonomia, tra i quali le auto a guida autonoma, i droni, la robotica.

Tale visione deve fare i conti con i rischi connessi con l’“always online”, cioè il fatto che ormai siamo tutti (individui, aziende e PA) sempre “collegati” con i nostri dati non sempre protetti adeguatamente. E’ questo il dominio della cyber security, uno dei settori più dinamici nel mercato delle Information & Communication Technologies (ICT).

Questi gli scenari prossimi. Vediamo quali percorsi di innovazione sono stati intrapresi nell’area veneziana nel vicino passato, e con quali risultati.

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Industria 4.0 (immagine da Wikipedia)

I precedenti

Veneto Nanotech nasce nel 2003 “con l’obiettivo di creare eccellenza internazionale nell’ambito della ricerca, favorire l’applicazione delle nanotecnologie e sviluppare nuove imprese nel settore di focalizzazione” e riceve un cofinanziamento comunitario FESR per il Laboratorio Nanotecnologie e la ristrutturazione della Torre Hammon. A fine 2005 nasce Nanofab Scarl che beneficia di un investimento iniziale di più di 25,5 milioni di euro. Nel periodo di massima espansione la struttura ha coinvolto quasi 80 collaboratori articolandosi in diverse sedi tra Venezia (NanoFab), Padova (LaNN) e Rovigo (Ecsin). Senza contare la sede amministrativa, in una quarta sede, a Padova. Questa espansione, secondo molti commentatori, più collegata alle “logiche del campanile” tipicamente venete ma non sostenuta dall’aumento di contratti con i privati, sarà uno dei motivi che porteranno al dissesto.Nel tempo viene meno l’equilibrio finanziario e la stretta relazione con l’ospitante Parco Scientifico Vega, anch’esso in difficoltà finanziarie, si compromette. Con la definitiva chiusura a dicembre 2015 di Veneto Nanotech il modello di sviluppo fino a qui gestito, che prevedeva un “salto in avanti” con la nanotecnologia, si interrompe. Il “caso” Veneto Nanotech è la metafora di un percorso di innovazione desiderato, finanziato, ma non sostenuto dalle azioni di contorno e poi naufragato, anche per la difficoltà di aggregare in questi processi gli attori industriali (di piccola dimensione) del territorio veneziano e veneto.

Per quanto riguarda Vega, nonostante le risorse finanziarie profuse nei circa vent’anni di attività e le grandi opportunità offerte sinergicamente dai processi di riconversione di Porto Marghera e dalla favorevole localizzazione, prossima a Venezia, con tutte le sue attrattività, gli effetti in termini di incubazione di aziende e creazione di lavoro sono stati ampiamente al di sotto delle aspettative, con l’aggravante di aver lasciato un insieme di passività che gravano sulla struttura pari a 15 milioni di euro.

Nello stesso periodo, ricordiamo, si sono sviluppate realtà nordeuropee come i 29+9 istituti di ricerca francesi Carnot, i 69 istituti di ricerca tedeschi Fraunhofer ed altre realtà similari come l’IMEC belga, esempi da manuale di una ricerca applicata a metà tra industria e università in grado di generare innovazione, ricerca, brevetti e competenze per i territori nei quali operano.

Prendiamo come caso di confronto l’IMEC: fondato vent’anni fa (come il Vega), ora occupa direttamente oltre tremila ricercatori (diretti, non di aziende insediate), tutti nelle tecnologie avanzate e ha rovesciato il modello di finanziamento pubblico/privato dall’80/20 iniziale all’attuale 20/80, grazie ai proventi da brevetti e consulenze per le aziende.

Industria 4.0

Con il piano governativo per “Industria 4.0”, e grazie alle università che hanno insistito con il Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), si è ripresentata, a fine 2016, una seconda occasione: dopo una faticosa trattativa (nella prima versione del progetto governativo era stato escluso) il Veneto è riuscito a rientrare nella short list dei Centri di Competenza che potranno fruire di un significativo contributo del MISE per un insediamento “Industria 4.0”.

A fine 2016 si leggeva:

Nel piano Industria 4.0 sono previsti nelle aree metropolitane dei Competence Center, strutture che si occupano di tecnologie per le imprese, che forniscono competenze e abilità per progetti e programmi di supporto alle imprese, che aiutano i manager a formarsi al meglio. Gli atenei veneti sono già avanti: si sono uniti,capofila l’Università di Padova, per lanciare il progetto “Venice innovation Hub”, che vede il Vega come primo centro d’insediamento di attività di questo tipo. Poi ne nasceranno altri a Verona e Padova. Attesi 12 milioni. «Vega già lavora da tempo con le università veneziane, Ca’ Foscari e Iuav, per esempio sull’alternanza scuola/lavoro. La “challenge school” si è già spostata al Vega da un anno.

Per quanto riguarda il Competence Center al Vega:

Obiettivo del Competence Center del Triveneto è creare un ecosistema capace di mettere in relazione le imprese del Made in Italy con gli attori dell’innovazione e gli investitori al fine di permettere alle imprese di crescere quali-quantitativamente traducendo in nuovi prodotti e processi le opportunità offerte dalle tecnologie SMACT (Social network, Mobile platform & apps, Advanced Analytics and Big Data, Cloud, Internet of Things). Il Competence Center si rivolgerà in particolare alle imprese: manifatturiere dei settori delle 4A; medio-piccole (che hanno più difficoltà a intraprendere processi di trasformazione digitale in-house); consolidate che intendono favorire il loro re-startup attraverso il modello delle startup innovative; nazionali e internazionali (es.: Fincantieri, Vodafone, Intel, PWC, IBM, etc.).”.

Le premesse sono senz’altro molto interessanti. Confidiamo che questa volta si ponga anche molta attenzione a finalizzare i risultati attesi.

Fondi strutturali e progetti di innovazione

E’ opportuno ricordare infine le significative risorse (si tratta di 600 milioni nel periodo 2014-2020) messe a disposizione dall’Unione Europea, dallo Stato e dalla Regione Veneto, nell’ambito di un piano regionale di crescita sociale ed economica che interessa la ricerca e l’innovazione, l’agenda digitale, le politiche industriali, energetiche e di tutela ambientale. Si tratta del Piano Operativo Regionale (POR) veneto. Il POR si collega al Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), uno dei fondi strutturali europei di investimento con l’obiettivo di finanziare progetti di sviluppo all’interno dell’Unione europea per favorire una coesione economica e sociale tra le regioni degli Stati membri.

L’erogazione dei fondi regionali avviene tramite la pubblicazione di bandi con destinatari, ad esempio, le PMI venete, o altri soggetti. A fine 2017 sono stati pubblicati diversi bandi per il sostegno all’innovazione. Tra questi segnaliamo:

DGR n. 1848 del 14 novembre 2017, Asse 1 “Ricerca, sviluppo tecnologico e innovazione”. Azione 1.1.2 “Sostegno per l’acquisto di servizi per l’innovazione tecnologica, strategica, organizzativa e commerciale delle imprese“. Bando per il sostegno all’acquisto di servizi per l’innovazione da parte delle PMI, per complessivi 4 milioni di euro.

DGR n. 2128 del 19 dicembre 2017, Asse 3. Azione 3.3.1 “Sostegno al riposizionamento competitivo, alla capacità di adattamento al mercato, all’attrattività per potenziali investitori, dei sistemi imprenditoriali vitali delimitati territorialmente”. Bando per il sostegno a progetti di investimento per il riposizionamento competitivo dei Distretti Industriali, delle Reti Innovative Regionali e delle Aggregazioni di Imprese, per complessivi 11,5 milioni di euro.

L’incidente del 28/11/2002 a Marghera, 15 anni dopo

Il 28 novembre 2002 alle 19:42 , esattamente 15 anni fa, alte fiammate si alzano dal petrolchimico. L’impianto che ha preso fuoco è nel reparto TDI di Dow Poliuretani Italia / Dow Chemical dedicato alla produzione di toluendiisocianato (TDI, appunto, in sigla), una sostanza di base per la produzione dei poliuretani.

A quaranta metri dal luogo dell’incendio ci sono quindici tonnellate di fosgene che si trovano ad appena 40 metri dal luogo dell’incidente. Le sirene della Protezione Civile suonano ed avvertono del pericolo, la gente viene invitata  tramite messaggi su radio e televisioni a rimanere chiusa in casa, i centralini dei servizi pubblici di sicurezza vengono subissati di richieste di informazione.

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L’impianto di TDI dopo l’incidente del 28/11/2002. Immagine di fonte giornalistica riportata dal post del blog EcoVenezia

L’impianto di TDI dopo l’incidente del 28/11/2002. Immagine di fonte giornalistica riportata dal post del blog EcoVeneziacalia

Si diffonde il panico. Il fosgene è una sostanza gassosa molto aggressiva, in quanto sono sufficienti alcune ppm (parti per milione in aria) per inalare una dose letale. Essendo poi diverse volte più pesante dell’aria, se emesso non si disperde ma si mantiene appoggiato al suolo lungo il quale si può spostare se spinto dal vento. Con l’acqua reagisce, ma lentamente, producendo gas corrosivi, pungenti e tossici, quindi è in grado di spostarsi rapidamente anche sulle superfici lagunari.

Nell’incidente si rischiò uno scenario da incubo: la fuoriuscita di una nube tossica.

L’incidente al TDI rende evidente l’impreparazione della comunità nei confronti del rischio chimico –  nonché l’immaturità di un rigido sistema di comunicazione diviso tra “istituzionale” (troppo lento rispetto all’esigenza emergenziale) e “interpersonale” (inaffidabile nelle informazioni e parziale nei destinatari). La gravità del rischio corso aveva il suo netto contrasto con l’assoluta ignoranza della popolazione nei confronti delle produzioni oggetto dell’incidente; nella maggioranza dei casi non era neppure noto il termine che descriveva la sostanza pericolosa, letale se diffusa in aria anche in minime quantità: il fosgene.

Per nostra fortuna, uno scoppio accidentale, come si dirà nei rapporti ufficiali, “la provvidenza”, impedirà la realizzazione delle conseguenze più drammatiche.

Rischio Chimico e Ciclo del Cloro

Nasce in quei giorni l’Assemblea Permanente contro il Rischio Chimico, che da allora collega cittadini interessati a tutelare la città da queste condizioni di rischio e dall’inquinamento. Un percorso che passerà per diverse petizioni, per uno storico referendum contro il ciclo del cloro, per tantissime azioni che sono continuate fino ad oggi.

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Con l’Assemblea Permanente contro il Rischio Chimico, sin dai primissimi giorni dopo l’incidente del 2002, iniziamo le prime petizioni ed azioni pubbliche contro il fosgene ed il rischio chimico

Attualmente conosciamo già due eventi in cui si è sfiorata la tragedia: (1) il 23 novembre 1973, quando l’aereo Argo 16 precipitò schiantandosi a pochi metri dal serbatoio di fosgene e (2) il 28 novembre 2002, con l’incidente al TDI. L’azienda che gestiva l’impianto aveva assorbito la famigerata Union Carbide responsabile della strage di Bhopal del 1984.

Porto Marghera ha a lungo convissuto con condizioni di significativo rischio industriale, come si può desumere dall’estratto di una comunicazione parlamentare avvenuta poco dopo l’incidente al TDI (Allegato B Seduta n. 236 del 9/12/2002.):

Nella provincia di Venezia gli stabilimenti a rischio di incidente rilevante di cui al decreto legislativo n. 334 del 1999 sono ben 36, di cui 24 nel comune di Venezia concentrati nella zona industriale di Porto Marghera; lo studio del ministero dell’ambiente del marzo 1998, preliminare all’accordo di programma sulla chimica, ha censito nell’area di Marghera 13 stabilimenti con 54 impianti a rischio d’incidente rilevante nei quali sono trattate e stoccate circa 1.200.000 tonnellate di prodotti pericolosi e le cui aree potenzialmente interessate dagli eventi incidentali sono comprese tra un raggio di azione di 1.000 metri (rischio di morte) e 8.000 metri (ferimenti e danni permanenti); l’autorità portuale ha predisposto il Rapporto sulla Sicurezza, all’interno del piano regolatore portuale del Porto di Venezia, per la sezione di Porto Marghera, adottato dal comitato portuale il 17 febbraio 2000, da cui si evince la presenza delle seguenti sostanze infiammabili, esplosive o tossiche: anidride arseniosa (12 t); infiammabili (GPL) (675 t); infiammabili (benzine) (900.720 t); infiammabili (benzine) (25.000 t); infiammabili (benzine) (218.325 t); infiammabili (greggio) (77.958 t); infiammabili (esano) (154 t); C.V.M. (4.492 t); ossigeno (1.100 t); ossigeno (0,78 t); acido fluoridrico (784 t); cloro (3 t); ammoniaca (13 t); anidride solforosa (63 t); infiammabili (GPL) (50 t); infiammabili (benzine + GPL) (134.613 t); ammoniaca (39.317 t); fosgene (15 t); cloro (542 t); infiammabili (benzine) (128.500 t); acrilonitrile (9.270 t); infiammabili (benzine) (124.300 t); infiammabili (benzine) (500 t).

Alcune di queste condizioni di rischio sono state ridimensionate o non sono più presenti, altre permangono e in alcuni casi se ne sono aggiunte, come nel caso del progetto del grande deposito di gas metano liquido (GNL) da 32mila metri cubi, cfr. articolo.

Dopo una travagliata storia di parziali riavvii, difficoltà manutentive, scarsa redditività e opposizione della popolazione, nel 2006 l’impianto TDI è stato definitivamente chiuso nell’ambito di un piano mondiale di ristrutturazione organizzativa di Dow Chemical.

Il TDI era uno dei tre impianti di Marghera del ciclo del cloro. Gli altri due erano:

  • il cloro-soda (avviato da Sicedison nel 1951, poi rinnovato da Montedison nel 1971, quindi chiuso nel 2009 da Syndial), l’impianto che generava acido cloridrico (e idrossido di sodio come sottoprodotto) in forma elementare tramite elettrolisi,
  • il CVM/PVC (avviato da Sicedison il 1953, poi EVC, Ineos, quindi fermato da Vinyls Italia del gruppo Sartor dal 2009 e definitivamente chiuso a luglio 2017 con la demolizione delle storiche torri), per la produzione del monomero (cloruro vinile monomero, CVM) e del polimero (polivinilcloruro, PVC)

Se il TDI, che è stato definitivamente chiuso nel 2006, è divenuto sinonimo di rischio chimico, gli altri impianti erano sinonimi di inquinamento persistente.

L’impianto cloro-soda, dall’avvio negli anni ‘50 fino alla chiusura avvenuta nel 2009, ha sempre adottato la vecchia tecnologie inquinante delle celle al mercurio, con il risultato di disperdere in laguna quantità significative di questo metallo tossico con un ritmo che raggiungeva negli anni ’50 diverse centinaia di kg l’anno.

L’impianto CVM/PVC, partendo dall’acido cloridrico prodotto del cloro-soda, produceva circa duecentomila tonnellate all’anno di PVC a fronte di quantità superiori ciascuno degli intermedi CVM e DCE (dicloroetano). A fronte di tali volumi, significative quantità (anche diverse tonnellate) di queste sostanze potevano finire in atmosfera, come nel caso dei rilasci in condizioni di emergenza.

Cfr. “La più grande fuga di Cvm del Petrolchimico” – “Un anno fa sei tonnellate di cloruro di vinile nell’aria, ma la verità viene a galla solo oggi”, “La Nuova Venezia” dell’11/7/2007.

L’impianto è stato al centro dello storico processo sulle morti dei lavoratori (il CVM è cancerogeno).

Sarà l’Assemblea Permanente contro il Rischio Chimico a promuovere il referendum contro il ciclo del cloro e successivamente al risultato (schiacciante il no) a chiederne la sua applicazione in ogni sede.

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Un momento della raccolta firme per il referendum contro il ciclo del cloro promosso dall’Assemblea Permanente contro il Rischio Chimico

E’ dell’estate 2017 l’avvio della demolizione delle storiche torri alte 168 metri. Si è chiusa un’epoca. Ora bisogna però gestire il pesante lascito in termini di inquinamento dei suoli e della laguna: oltre al già citato mercurio, si tratta degli organo-clorurati e delle diossine.

E’ opportuno in questa sede ricordare che Porto Marghera è stato a lungo uno dei siti petrolchimici più importanti d’Italia e d’Europa, che negli anni ’60 contava oltre 40mila occupati diretti e che con le sue produzioni supportava le imprese del Veneto nel periodo del boom economico. Al prezzo però, come abbiamo visto, di condizioni di rischio industriale inaccettabili e di un inquinamento molteplice, continuo e di fatto irreversibile che ha lasciato profonde ferite sull’ecosistema lagunare in cui era inserito.

La difficile transizione

L’area è in una difficile fase di transizione da circa vent’anni nei quali abbiamo visto di tutto. Dal masterplan per le bonifiche (non ancora avviate), ai numerosi “accordi di programma” (il primo nel 1998), le “intese” per Marghera, i “patti” per Venezia, etc, sistematicamente disattesi nella parte sostanziale e ultimamente deficitari in termini di copertura economica. Ai laboratori di nanotecnologia (abbandonati nel 2015 dopo quasi 100 milioni di investimenti), incubatori di imprese innovative (Vega, ora in una difficile situazione finanziaria con debiti di circa 15 milioni di euro), di iniziative fieristiche come Expo Venice (fallita con un passivo di 20 milioni di euro), meta-distretti digitali (mai decollati). Fino ai piani di riconversione delle aree come quella dei c.d. “107 ettari” & NewCo, mai partito e solo annunciato ad ogni tornata elettorale, lavori sui marginamenti (tuttora incompleti dopo 800 milioni spesi, vedasi dossier m5s), promesse poi non mantenute di progetti di riqualificazione con grandi parchi urbani (il Moranzani, mai partito!).

Non bastasse ciò, abbiamo dovuto registrare, dopo quello del 28 novembre di 15 anni fa tanti, tantissimi incidenti, durante il periodo in cui era ancora operativo il ciclo del cloro, che poi sono continuati anche dopo e continuano ancora oggi.

Come i gravi disservizi Versalis e l’incendio al magazzino Veritas:

Ad aprile 2017 (con simili accadimenti occorsi a novembre 2016 e ad agosto 2016) si sono registrati importanti disservizi dell’impianto Versalis di produzione di etilene e polietilene risultante in vistosi ed impattanti effetti in termini di inquinamento [3]: la colonna fumogena si vedeva fino ad oltre Vicenza. Con un ritmo di circa cento tonnellate all’ora nelle fasi iniziali, la quantità di idrocarburi immessa complessivamente in torcia nell’evento ha quasi raggiunto l’ordine di grandezza di mille tonnellate, con le conseguenti emissioni in atmosfera. Per fare un confronto, è come se avessimo preso 100mila auto e avessimo fatto percorrere a ciascuna 100 km.

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Le “torce” Versalis in azione

È di giugno 2017 lo spaventoso incendio nel magazzino di Veritas a Fusina, che ha visto andare a fuoco in maniera incontrollata alcune centinaia di tonnellate di “ingombranti”, ovvero materassi, mobili e altri materiali di grandi dimensioni con volute di fumo nero che sono continuate per molte ore, in condizioni meteorologiche stazionarie quindi meno favorevoli alla dispersione degli inquinanti.

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Incidenti e disservizi a Porto Marghera avvengono anche oggi con grande frequenza. In questa immagine l’incendio al magazzino Veritas durante il servizio del TG3 regionale

Il magazzino Veritas è adiacente ai depositi petroliferi di Decal. La vicinanza è significativa, poiché proprio in quell’area Decal e San Marco Petroli progettano di collocarvi un deposito di gas naturale liquefatto (GNL) da ben 32mila metri cubi.  Il GNL consente di comprimere il gas naturale di ben 600 volte, fatto che ne consente l’uso per modelli avanzati e più sostenibili di mobilità navale ma pone alcune forti preoccupazioni alla cittadinanza per quanto riguarda il rischio di incidenti c.d. fireball, ovvero “a palla di fuoco”, stante la vicinanza ai centri abitati.

In mezzo a tutto questo è effettivamente difficile comprendere in quale direzione stia andando Marghera. E’ però opportuno che ciascuno di noi faccia la sua parte per tutelare questo territorio dalle continue aggressioni in termini di rischio ed inquinamento.

 

[1] “La rinascita possibile di una Marghera impossibile. L’industria chimica, la pesante eredità ambientale, l’impegno della comunità cittadina, il quadro attuale e … quale futuro?”, A.C., pp.52-71, capitolo (nella sezione 1.2) in S. Barizza (a cura di), “Marghera 2009 dopo l’industrializzazione”, Auser, 2009;

[2] “Laboratorio Marghera tra Venezia ed il Nord Est. La giurisprudenza ambientale, la partecipazione attiva dei cittadini, bonifiche e prospettive di sviluppo.”, pp.1-159, libro di N. Benatelli, A.C., G. Favarato, Nuova Dimensione, Venezia, 2006.

 

 

I tanti benefici degli alberi

Nella giornata in cui si celebra la “Festa degli Alberi” è certamente opportuno ricordare quanti benefici portano gli alberi di cui forse non siamo neppure pienamente coscienti[1]

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(immagine da www.clker.com)

  1. Gli alberi producono ossigeno

We could not exist as we do if there were no trees. A mature leafy tree produces as much oxygen in a season as 10 people inhale in a year. What many people don’t realize is the forest also acts as a giant filter that cleans the air we breathe.

  1. Gli alberi assorbono gli inquinanti del terreno

The term phytoremediation is a fancy word for the absorption of dangerous chemicals and other pollutants that have entered the soil. Trees can either store harmful pollutants or actually change the pollutant into less harmful forms. Trees filter sewage and farm chemicals, reduce the effects of animal wastes, clean roadside spills and clean water runoff into streams.

  1. Gli alberi riducono il rumore

Trees muffle urban noise almost as effectively as stone walls. Trees, planted at strategic points in a neighborhood or around your house, can abate major noises from freeways and airports

  1. Gli alberi contengono gli allagamenti

Flash flooding can be dramatically reduced by a forest or by planting trees. One Colorado blue spruce, either planted or growing wild, can intercept more than 1000 gallons of water annually when fully grown. Underground water-holding aquifers are recharged with this slowing down of water runoff

  1. Gli alberi assorbono il carbonio

To produce its food, a tree absorbs and locks away carbon dioxide in the wood, roots, and leaves. Carbon dioxide is a global warming suspect. A forest is a carbon storage area or a “sink” that can lock up as much carbon as it produces. This locking-up process “stores” carbon as wood and not as an available “greenhouse” gas

  1. Gli alberi puliscono l’aria[2]

Trees help cleanse the air by intercepting airborne particles, reducing heat, and absorbing such pollutants as carbon monoxide, sulfur dioxide, and nitrogen dioxide. Trees remove this air pollution by lowering air temperature, through respiration, and by retaining particulates

  1. Gli alberi fanno ombra e raffrescano

Shade resulting in cooling is what a tree is best known for. Shade from trees reduces the need for air conditioning in summer. In winter, trees break the force of winter winds, lowering heating costs. Studies have shown that parts of cities without cooling shade from trees can literally be “heat islands” with temperatures as much as 12 degrees Fahrenheit higher than surrounding areas

  1. Gli alberi proteggono dal vento

During windy and cold seasons, trees located on the windward side act as windbreaks. A windbreak can lower home heating bills up to 30% and have a significant effect on reducing snow drifts. A reduction in wind can also reduce the drying effect on soil and vegetation behind the windbreak and help keep precious topsoil in place

  1. Gli alberi aiutano a contrastare l’erosione del suolo

Erosion control has always started with tree and grass planting projects. Tree roots bind the soil and their leaves break the force of wind and rain on soil. Trees fight soil erosion, conserve rainwater and reduce water runoff and sediment deposit after storms

  1. Gli alberi aumentano il valore delle proprietà e delle aree prossime

Real estate values increase when trees beautify a property or neighborhood. Trees can increase the property value of your home by 15% or more.

Stante il valore ambientale degli alberi, dovremmo “contabilizzarne” il valore. Sarebbe appropriato assegnare un “valore patrimoniale” a ciascun albero, creando una voce nello “stato patrimoniale” del bilancio annuale di ogni proprietà pubblica e privata, così da rendere evidente il valore economico intrinseco nella funzione ambientale svolta dagli alberi. Magari evidenziando anche specifiche voci nel conto economico cercando di valorizzare economicamente i benefici sopraindicati. Così aiutando gli enti locali ed i privati a confrontare “ad armi pari” la classica “opzione parcheggio” (o comunque “cemento”) che nelle tabelle dei contabili sembra sempre più conveniente di un’area verde alberata, la cui gestione di solito viene valutata solo in termini di costi di manutenzione.

Alberi & CO2

Di seguito alcuni approfondimenti sulla capacità di assorbimento della CO2 da parte degli alberi.

  1. un albero potrebbe assorbire indicativamente 0,035 ton/anno di CO2. Il parametro (forse un po’ generoso per un albero di città) dovrebbe variare linearmente in funzione della superficie esposta (fogliame) [3]
  2. le automobili a combustione interna tra le più virtuose come le piccole utilitarie a metano/gpl o ibride emettono circa 100g/km di CO2. Una percorrenza di 20mila km/anno significano 2 ton/anno di CO2 emessa.
  3. Quindi: 60 alberi assorbono tanta CO2 quanta ne emette una piccola utilitaria parsimoniosa
  4. purtroppo siamo immersi in processi che emettono molto di più: il “campione di emissioni” del Veneto è sicuramente la centrale a carbone di Fusina da mille megawatt che, a fronte di 5 milioni di MWh/anno prodotti (corrispondenti a 4mila ore di erogazione) emette ben 4,2 milioni di ton/anno di CO2.
  5. Servono pertanto 120 milioni di alberi per assorbire le emissioni della centrale di Fusina!

Mmh … dove li troviamo? Quanto viene in ettari? Possiamo allo scopo rivolgerci all’inventario forestale (l’ultimo dato disponibile è del 2005), che riporta questi dati: [4]

  1. in Italia ci sono 12 miliardi di alberi, in Veneto 600 milioni;

la densità indicata è di circa 1300 alberi per ettaro in Italia, 1600 alberi per ettaro in Veneto.

 In conclusione:

  1. sono necessari un quinto (il 20%) di tutti gli alberi del Veneto per assorbire la CO2 emessa dalla sola centrale di Fusina.

Considerando che poi vicino a quella centrale abbiamo altre due centrali di grandi dimensioni (pur se a gas), il cracking, il porto, il traffico pesante, si potrebbe semplificare dicendo che:

  1. sono praticamente necessari tutti i 600 milioni di alberi del Veneto per assorbire la CO2 emessa dalle attività industriali ed energetiche di Marghera.

 

Ma quanti alberi ci sono nella Terra?

Per rispondere richiamo parte di un mio precedente post:[5]

Ce ne sono 442 per ogni abitante della Terra, tremila miliardi di alberi:[6]

una cifra enorme […] ma quasi dimezzata negli ultimi 11mila anni in seguito alla deforestazione provocata dalle attività umane […]ogni anno sono circa 15 miliardi gli alberi che vengono abbattuti dall’uomo, di cui solo 5 miliardi vengono rimpiazzati da nuove piante”.

[1] Cfr. https://www.thoughtco.com/reasons-living-trees-are-valuable-1343514

[2] Vedasi: https://www.quora.com/Do-trees-really-reduce-air-pollution-levels-of-VOCs-NO2-and-other-compounds-in-addition-to-reducing-levels-of-CO2. Si parla in particolare di 1kg/aa di PM assorbite: https://www.greenme.it/informarsi/natura-a-biodiversita/18845-alberi-inquinamento-polveri-sottili#accept.

[3] Il parametro oscilla da 10 kg/anno (albero di città) a 50 kg/anno (albero di campagna) di CO2 assorbita per albero, cfr. https://www.reteclima.it/l-albero-mangia-la-co2/. Alcune specie come il Kiri potrebbero però essere selezionate per incrementare questo parametro ed arrivare fino a 2 tonnellate di CO2/anno assorbita: https://www.treedom.net/it/blog/post/kiri-e-l-albero-che-assorbe-piu-quantita-di-co2-198.

[4] Cfr. http://www.sian.it/inventarioforestale/caricaDocumento?idAlle=421

[5] Cfr: https://candiello.wordpress.com/2015/09/07/3mila-miliardi-di-alberi-442-per-abitante-ma-ne-abbattiamo-15-miliardi-lanno/

[6] Cfr: http://www.intelligonews.it/articoli/7-settembre-2015/30084/terra-sempreverde-ma-non-bastano-442-alberi-per-ogni-abitante

Zone Franche (.. Urbane?) e Zone Economiche Speciali (ZES) per Marghera?

Zone Franche e Zone Economiche Speciali (ZES) per Marghera? E’ una delle ipotesi discusse oggi lunedì 30 ottobre 2017 ad un convegno a Mestre con un panel che ha coinvolto diversi esponenti del governo e del parlamento.

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Mappa delle 14 Zone Economiche Speciali (ZES) in Polonia, esempio spesso citato

Un resoconto di quanto emerso nel convegno è rilevabile nella stampa locale, ad esempio, su:

Zes e zona franca, Porto Marghera chiede di avere gli strumenti per tornare a competereConvegno al Laguna Palace di Mestre lunedì pomeriggio. Il presidente della commissione Bilancio alla Camera, Boccia: “Le zone economiche speciali saranno istituite anche al Nord”, articolo su Venezia Today del 30/10/2017.

Ne riportiamo alcune affermazioni citate:

Sulle Zes serve un’alleanza Sud-Nord che può essere rappresentato da queste due Regioni. Porto Marghera e Taranto hanno storie straordinarie che possono essere rilanciate anche e soprattutto al tempo del digitale […] La zona franca e le Zes sono due possibilità che non si escludono […] La zona franca è più immediata e concreta, però è bene avere presente anche l’orizzonte della Zona Economica Speciale, collegata soprattutto allo sviluppo della Città metropolitana

Ipotesi plausibileDifficilmente, sulla base delle disposizioni in essere.

Ma cosa sono Zone Franche e ZES?

Cercando “Zona Franca” troviamo normato il concetto di Zona Franca Urbana, ZFU.

Le ZFU sono state istituite nel 2006, ci spiega il Ministero dello Sviluppo Economico:

Le Zone Franche Urbane (ZFU) sono ambiti territoriali, di dimensione prestabilita, dove si concentrano programmi di defiscalizzazione e decontribuzione rivolti alle imprese. Nate sulla base dell’esperienza francese delle Zones Franches Urbanes nell’obiettivo di favorire lo sviluppo economico e sociale di quartieri e aree urbane caratterizzate da disagio sociale, economico ed occupazionale, le ZFU intervengono anche per favorire la ripresa e lo sviluppo di territori colpiti da calamità naturali.

Scorrendo l’elenco, rileviamo le regioni dell’obiettivo convergenza (Calabria, Campania, Sicilia e Puglia), comuni della provincia di Carbonia Igliesias, nonché le località colpite da recenti terremoti.

Mentre risulta applicabile il concetto di “Punto” o “Porto Franco“, come indica Gianni Favarato sull’articolo di un paio di anni fa:

Porto franco riaperto, un anno di deserto. La Venice Free Zone per i traffici extracomunitari è minata dalla mancanza di permessi per i tir che sbarcano a Fusina“, di Gianni Favarato del 3/9/2015, “La Nuova Venezia”.

insieme a quelli di Gioia Tauro e Trieste è una delle tre zone franche per il commercio internazionale, riconosciuti dall’Europa in Italia, nel quale possono essere svolte in tempi celeri e a costi ridotti tutte le operazioni di sdoganamento di merci caricate su camion di provenienza extracomunitaria, con la possibilità di stoccaggio merci senza limite di tempo. La Venice free zone (Vfz) è disposta su un’area di 8 mila metri quadrati – come previsto dal decreto legge pubblicato dell’aprile del 2013 che consente anche di spostarlo e ingrandirlo su un’altra e più adatta area del porto veneziano – che si trova tra il varco di via del Commercio e via dell’Azoto a Porto Marghera, direttamente collegata con i binari della rete ferroviaria

Le ZES invece sono state da poco (nel 2017) introdotte proprio a sostegno delle regioni del Mezzogiorno. Come riporta l’articolo “Arrivano le zone economiche speciali” di Marzio Bartoloni del 3 Giugno 2017 su “Il Sole 24 Ore”, link ,

Tra i piatti forti per il Mezzogiorno c’è l’arrivo delle prime «Zone economiche speciali». Un’evoluzione delle zone franche concentrate in ambito doganale e che hanno l’obiettivo principale di attrarre gli investitori. Le «Zes» nei mesi scorsi sono state oggetto di una lunga trattativa con Bruxelles per valutare criteri e benefici per queste aree circoscritte e con una particolare vocazione produttiva e di apertura ai mercati internazionali, nelle quali con una combinazione di incentivi (fiscali e normativi) si può creare un contesto più favorevole agli investimenti. […] Le regioni ammissibili per le Zes sarebbero Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia

ZFU e ZES sono, pertanto, strumenti al momento adottati per:

  • regioni del Sud , più precisamente regioni obiettivo convergenza;
  • regioni appena colpite da calamità naturali.

La restrizione, è evidente, è connessa a ben definiti motivi di contrattazione con Bruxelles (altrimenti sarebbe concorrenza sleale). Quindi probabilmente difficilmente aggirabili. Mentre il Porto Franco risulta attivo a Venezia, ma sottodimensionato.

In conclusione, quelli dell’inserimento di Marghera nelle ZES (tantomeno nelle ZFU), anche in partnership con le regioni del Sud, non sembrano percorsi realmente attuabili, perlomeno nella forma già vista in altre regioni europee. Mentre potrebbe esserci una possibilità connessa al Porto Franco, che però attualmente è di dimensione molto contenuta.

Detto questo, un piano di interventi sull’area veneziana può essere certamente progettato. Magari potranno non essere questi gli strumenti normativi. Altri se ne potranno eventualmente identificare, anche se magari non così convenienti. Senza però dimenticare l’aspetto più rilevante: gli strumenti normativi e di incentivazione sono dei mezzi e come tali vanno visti in subordine ai fini. Talvolta infatti si trascura di definire la direzione che si intende intraprendere, concentrandosi sugli strumenti.

E’ opportuno tenere infatti ben presente che, senza un vero insieme di obiettivi, qualunque sia lo strumento, sarà difficile conseguire dei risultati.

L’inquinamento dell’aria in ottobre a Venezia non ha atteso l’accensione dei riscaldamenti

C’è qualcosa in questa evoluzione delle concentrazioni di pm10 nel mese di ottobre 2017 registrate dalle diverse centraline Arpav nelle diverse località di Venezia, in un periodo nel quale i riscaldamenti erano in prevalenza spenti (sia per le date, piuttosto anticipate, in cui l’inquinamento è apparso, sia per le temperature, mediamente elevate), che potrebbe farci capire qualcosa. Da dove arrivano le pm10? Perché quei picchi iniziali? C’è correlazione con i giorni della settimana? Quali i segnali distintivi che si possono riconoscere relativi a: (a) navale/portuale, (b) grandi impianti industriali e centrali elettriche, (c) mezzi pesanti, (d) natanti, (e) mezzi leggeri?

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Alle 22 del 19 ottobre 2017 si è registrato il picco di pm10, intorno a 150 µg/m3 sia a Mestre che a Marghera, il triplo del livello di soglia di legge per le medie giornaliere e oltre sette volte la media suggerita dall’OMS. La criticità dell’area veneziana è riscontrabile con valori paragonabili nelle altre province venete.

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Come dicevamo, però, quest’anno c’è un fenomeno nuovo. Le pm10 sono fuori scala ma … con le stufe ancora in prevalenza spente. Evidentemente le fonti emissive più impattanti sono altre!

Siamo arrivati ad oltre 100 µg/m3 di media giornaliera di pm10 qui nel veneziano, il doppio del limite di 50 (e ben oltre il livello raccomandato dall’OMS di 20), con valori che nei massimi sono al triplo. Si tratta di un fenomeno che ricompare ad ogni autunno/inverno. Però … quest’anno l’inquinamento è apparso prima, con un autunno molto mite peraltro, con gli impianti di riscaldamento non ancora accesi. Difficile, come è prassi da alcuni anni, attribuire la responsabilità quasi totale alle stufe domestiche! Forse è il caso di prenderne atto. E magari ricordare che qui, tra centrali a carbone (& CDR), grandi impianti industriali, navi commerciali e passeggeri, traffico pesante (e leggero di attraversamento) di fonti emissive sulle quali intervenire ne abbiamo in quantità.

Il fenomeno è riscontrabile (con minore criticità) nell’evoluzione delle concentrazioni di NOx (ossidi di azoto). In questo caso le medie giornaliere sono tutte entro soglia, come pure le medie orarie. Si noti l’anomalia del Rio Novo, che presenta valori ben più elevati delle altre centraline.

2017.10.22-NOxxve-evoluzione

E’ evidente che serve un’azione sistemica a riduzione delle fonti di immissione di inquinanti. Non riusciamo tuttavia ad attivare neppure un (blandissimo) coordinamento per l’area più inquinata d’Italia (e d’Europa), come ci ricorda La Stampa:[1]

In estate le quattro regioni del Bacino Padano – Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, l’area più inquinata del continente, secondo i dati dell’Agenzia europea per l’Ambiente – avevano firmato con il ministero dell’Ambiente un protocollo. Iniziative comuni, stessi orari, identica estensione temporale. Poi ciascuno ha continuato a fare di testa sua o quasi.

I numeri sono drammatici: 9 milioni l’anno nel mondo, 500mila all’anno in Europa, primi con 80mila ciascuna per Germania e Italia (quasi tutti x noi in pianura padana) di morti premature; 1 su 6 in media è a causa dello smog. Come ci ricorda Repubblica,[2]

Un sesto dei decessi mondiali causati dallo smog: tre volte più dell’effetto combinato di Aids, tubercolosi e malaria e 15 volte più di tutti conflitti armati e delle altre forme di violenza. I numeri vengono dal rapporto della Lancet Commission on Pollution & Health […] le perdite di benessere derivanti dall’inquinamento sono stimate in 4,6 trilioni di dollari all’anno: il 6,2% della produzione economica mondiale

Il Forum dell’Aria

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Al fine di richiamare l’opinione pubblica e le Istituzioni ad intervenire, il Forum dell’Aria, un coordinamento di diverse associazioni ambientaliste dell’area metropolitana veneziana, ha promosso lo scorso febbraio diverse azioni tra cui una grande manifestazione contemporanea a Spinea, Mirano, Mira, Noale e Marghera, ha consegnato una lettera al direttore dell’OMS quando è stato in visita a Venezia, ha chiesto di incontrare gli assessori regionali competenti ed ha in programma altre iniziative di sensibilizzazione per quest’anno.

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[1] “È allerta smog in tutto il Nord Italia. Ma ogni città fa a modo suo”, Disatteso il protocollo ministeriale firmato da Piemonte, Lombardia, Emilia e Veneto. Blocchi al traffico e limiti: non c’è coordinamento. E la situazione peggiora, di Andrea Rossi, La Stampa, 20/10/2017, link.

[2] “Nove milioni di morti l’anno: l’inquinamento uccide 15 volte più delle guerre”, Un sesto dei decessi mondiali causati dallo smog: tre volte più dell’effetto combinato di Aids, tubercolosi e malaria e 15 volte più di tutti conflitti armati e delle altre forme di violenza. I numeri vengono dal rapporto della Lancet Commission on Pollution & Health, di Antonio Cianciullo, 20 Ottobre 2017, Repubblica, link.

Rischio … supernova!!! È gestibile?


Forse può sembrare troppo anche per gli esperti di #riskmanagement, ma … a quando la prossima #supernova qui nella Via Lattea? Dopo gli eventi (storicamente registrati) occorsi nel 1604, 1572, 1054 e nel 1006, probabilmente la prossima sarebbe la più luminosa mai vista dall’uomo e coinvolgerebbe la stella gigante #Betelgeuse, che diventerebbe luminosa quanto la luna piena per un anno intero. Ma … quando potrebbe succedere? Tra un anno o tra 10mila? Possiamo fare qualcosa, almeno per saperlo un po’ prima? 
Essendo un processo che avviene nel nucleo, gli unici “messaggeri” in grado di attraversare indenni l’intera stella ed arrivare sino a noi x avvisarci sono i #neutrini. 

Unfortunately, the key question of “when” is not one we have an answer to; thousands of other stars in the Milky Way may go supernova before Betelgeuse does. Until we develop an ultra-powerful neutrino telescope to measure the energy spectrum of neutrinos being generated by (and hence, which elements are being fused inside) a star like Betelgeuse, hundreds of light years away, we won’t know how close it is to going supernova. It could have exploded already, with the light from the cataclysm already on its way towards us… or it could remain no different than it appears today for another hundred thousand years

Ci vorrebbe quindi un #rivelatore di neutrini abbastanza sensibile per avere qualche anticipazione e magari attuare qualche misura #protettiva (ecco un esempio per chi magari si chiede a cosa mai possa servire scavare enormi caverne per riempirle di scintillatori x rivelare i neutrini). Magari meglio darsi da fare per tempo!